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MAX - Italia - 21 Gennaio 2009 - Appaloosa. 5 domande a Viggo Mortensen

Fonte: MAX

A cura di Antonella Catena

Perché hai accettato Appaloosa?
«Perché a uno come Ed Harris non si può dire di no. Perché il libro era molto bello. Perché volevo tornare a lavorare con Ed, dopo A History of Violence».

E l’idea di interpretare un western non ti stuzzicava?
«Non sono un fanatico del genere: guardo più agli attori che ai film. Perché è difficile trovare una buona performance nei film western, così raramente “d’arte”: mi piacciono Gary Cooper in Mezzogiorno di fuoco e Dove la terra scotta, Kevin Costner e Robert Duvall in Open Range, Peter Fonda nell’ultimo Quel treno per Yuma. Non sono un grandissimo fan de Gli spietati: il film mi piace fino a quando la violenza non diventa eccessiva e totalizzante. Alla fine di Appaloosa mi interessava più il rapporto tra i due, così dipendenti eppure anche diversi, tanto da far scattare l’ironia»».

È vero che dopo esserti visto nel costume da cowboy volevi rifiutare la parte?
«Non è che non mi piacessi, premetto: non sono così vanitoso. È che mi sentivo strano: mi avevano fatto crescere il pizzetto, i capelli... Non mi sentivo a mio agio col fucile».

E cosa ti ha fatto cambiare idea?
«Le centinaia di fotografie e di disegni che mi hanno mostrato quelli dell’art direction del film! Immagini di uomini che nel 1882, l’epoca in cui è ambientata la nostra storia, se ne tornavano a casa perché, 25 anni dopo la fine della guerra civile e delle guerre con gli indiani, avevano l’età per tornare a casa. O, se non l’avevano, di farsela una casa, fermandosi in un posto: che è quello che accade ai nostri Virgil e Everett, due che hanno fatto coppia in giro per il West e adesso si fermano ad Appaloosa, New Mexico, e si mettono la stella da sceriffo, per fermare il cattivo possidente interpretato da Jeremy Irons. Uno che fino a quel momento ha fatto quello che voleva. Prima non c’era la legge, adesso Virgil prima ottiene carta bianca e poi si mette la stella da sceriffo per farla rispettare. E io sono al suo fianco».

Cosa hanno in comune Everett di Appaloosa e Aragon di Il signore degli anelli, il gangster russo di La promessa dell’assassino e il padre del prossimo La strada, tratto dal capolavoro post-apocalittico di Cormac McCarthy?
«Mi piacciono i personaggi che si ritrovano sull’orlo del cambiamento. Everett si ritrova al centro del passaggio, in America, dall’anarchia alla legge civile. I miei personaggi stanno sempre per attraversare un guado. Everett ha studiato a West Point, tanti anni prima, ma mi piace immaginarlo come la pecora nera della famiglia, perché è andato all’Ovest, cercava l’avventura e l’ha trovata. Nel libro dice: “Io vengo da West Point, come mio padre. Ma io mi ci sono annoiato”. Se i capelli, il fucile, la bisaccia, le sue pose a cavallo sono quelle delle foto d’epoca, i tocchi da dandy glieli ho aggiunti io: il gilet, i modi vittoriani, formali anche quando è brutale, vengono dal suo passato. Non può cancellarli».

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